Dott.ssa Paola Giuffrè

Dott.ssa Paola Giuffrè

Laureata in Psicologia clinica e della salute presso l’Università “Gabriele d’Annunzio” di Chieti-Pescara. La psicologia clinica è quel ramo della psicologia che si occupa della prevenzione del disagio personale e relazionale, della promozione del benessere psicologico, dell’inquadramento dei fattori psicologici, famigliari, relazionali, ambientali e contestuali che generano e mantengono il disturbo o le difficoltà psicologiche. Come psicologa clinica, quindi, mi occupo della gestione clinica, tramite consulenze e colloqui, delle principali tipologie di difficoltà personali e familiari, di sostegno in situazioni di crisi emotiva, relazionale o decisionale del cliente.
Attualmente sono allieva di una scuola di specializzazione in psicoterapia ad indirizzo sistemico-relazionale, campo che si occupa delle difficoltà di coppia, genitoriali e familiari, della gestione dei conflitti e delle comunicazioni disfunzionali all’interno del sistema familiare; campo privilegiato della terapia di coppia e familiare può anche essere condotta con il singolo individuo mantenendo il focus sui sistemi relazionali in cui il cliente è inserito.


Dualismo mente-corpo: è davvero così?

Ancora troppo diffusa è la credenza che in psicoterapia si facciano solo “chiacchiere”.
Questo pregiudizio, ovvero un giudizio anticipato e prematuro, come altri ha delle fondamenta culturali profonde. E’ nato da una visione dualistica della cultura occidentale che separa nettamente il concetto di mente da quello di corpo.
Dicotomia che ha condotto a una disparità, anche nell’importanza comunemente attribuita in maggior misura alla salute fisica, a discapito di quella mentale.
Tuttavia, le più recenti scoperte hanno permesso di stabilire con certezza che la psicoterapia agisce sul cervello, producendo un vero e proprio mutamento dei circuiti neuronali. Le tecniche di neuroimaging dimostrano che il lavoro psicoterapeutico produce le stesse modifiche chimiche che sono apportate dalla terapia psicofarmacologica, indebolendo la concezione dualistica che vede come nettamente separati la mente e il corpo.
Il termine psicologia è stato coniato nel XVI secolo, da Rodolfo Goclenio, e deriva dalle parole: psiché (respiro, alito, fiato, principio vitale, ma anche carattere personale e modo di agire), e logos (discorso, pensare, ragion d’essere, studio). Tuttavia, le radici della Psicologia affondano ancora più in profondità nella filosofia dell’Antica Grecia, con il pensiero di Platone (400 a.C.). Dalla sua teoria nasce la contrapposizione tra tutto ciò che è considerato immateriale e intangibile, il mondo delle idee, e ciò che invece è materiale, corporeo.
A causa del “pregiudizio occidentale”, l’ambito di indagine della psiché ha imboccato due percorsi separati: quello biologico (neurologia e psichiatria) e quello psicologico (psicologia e psicoterapia), creando la distinzione tra le “malattie del cervello” e i “disturbi della mente”. Si è strutturata, così, anche una divisione dell’iter diagnostico e dell’approccio terapeutico; secondo questa visione dicotomica i disturbi della mente devono essere trattati con la psicoterapia, mentre per le “malattie del cervello” vengono utilizzati gli psicofarmaci.
In sostanza, vige la credenza secondo la quale il cervello si cura con i farmaci, mentre la mente si cura con le parole, perché queste non hanno effetti sul corpo. In relazione a ciò, nel senso comune si è venuta a formare l’idea che dallo psicoterapeuta “si facciano delle chiacchiere”, e che le figure professionali dello psicologo e dello psicoterapeuta siano serenamente intercambiabili, se non addirittura sostituibili con figure professionali non adeguatamente formate.

Sigmund Freud, nel suo Progetto di una psicologia (1895), ha scritto:“Un giorno sarà possibile rappresentare il funzionamento psichico negli elementi organici del Sistema Nervoso.”
Oggi, gli studi dimostrano che quell’auspicio si sta avverando.
Le ricerche degli ultimi anni stabiliscono con certezza che la psicoterapia agisce sul cervello, producendo al suo interno modifiche chimiche del tutto simili a quelle apportate dai farmaci.
Quindi, questa “terapia della parola” non solo cambia il comportamento, ma è anche in grado di rinnovare i processi di pensiero e, dunque, di mutare i circuiti neurobiologici del cervello.